Pensarsi donna

Scritti di Pia Abelli Toti

CONTATTI: piaabellitoti[@]gmail.com

Progetto a cura di Silvia Moretti

Il malcontento

13 settembre 2023

… implacabile è il tormento che ci divora e al fin si rappresenta come se provenisse dal nostro specchiato, dannato tra i dannati, Sé …stravolto, ingannato, crudemente rivelato, per quel che è … o peggio ancora … mai tanto svelato?

L’esimio pittore dell’Ottocento, Filippo il Balbi, fu preso e ammaliato da un autoritratto del poeta-pittore Salvator Rosa.   Tanta fu la passione sua, la sua pena, l’invidia verso quell’uomo che lui non era e che viveva la vita che lui non sapeva-poteva concedersi, fossanche per l’eccessiva alle regole severa fedeltà. Non lo poteva ammettere né dire, nemmeno a se stesso.  Patire, desiderare, invidiare, nient’altro più.  Conservatore accanito, papalino tanto asservito che nemmeno il papa sempre lo tollerò. Mancato inquisitore, censore di ogni umano piacere, maltrattatore di una carne nata soprattutto per godere, spostò ogni desiderio suo negato sul passionale   artista napoletano vitale assaie.  Di lui  in parte concittadino, giunse al punto per cui tentò di impossessarsi financo della isolata testa del modello, del poverello da secoli già sepolto. E anche lì mancò.

Ormai nel vortice succhiato osò. Si dedicò anima e corpo al suo negato conscio inconscio ‘autoritratto’. Preciso ossessivo con scienza e damnata coscienza, muscolo per muscolo pitturò. Negata ogni passione felice il Sé, nascostamente a Sé, ritrasse, per quanto altro sembri e anche allora sembrasse. Somma, ineguagliata quella fattura, la perizia nel dettaglio, in quel ventaglio delle tante disperate simil unioni corporee contorsioni.                                                                                               Rimasto soddisfatto dall’opera inconsueta, anche per l’epoca, se la portò fino a Parigi.  Certo è che il modello amato allucinato era ben lontano e diverso dal Sé concesso, ed extroflesso nella sua vita rimuginosa, rancorosa, anche tenebrosa, morbosa sì. L’ ’altro’ da Sé pittor-poeta era uomo vissuto scatenato, in bene e male, et en plein air nella campana movimentata vita.

Internazionale divenne l’opera, avendo oltrepassato le nostre Alpi, ma non le Ardenne. Che là gli antipapalini, piuttosto numerosi e tosti, avrebbero trovato troppo da ridere e da ridire, avendolo tra le mani anche pittato, lo ‘scorticato’, e in simil-imago sicuramente trapassato. Quell’antirivoluzionario, antimodernista a tutto tondo, fin nel profondo fondo.                                                                                                

Giorno dopo giorno tenne sempre con sé, mai separandosene, il suo ignorato ‘autoritratto’, con cura inscatolato, finché questi arrivò, un secol dopo quasi intatto nel giusto luogo esposto, nemmeno troppo in vista.  Fu ospitato, così la storia volle, forse salvato, nel Museo di Storia della Medicina della nostra amata odiata Capitale, che non l’ebbe troppo a male. Cadavere più o meno, testa o corpo intero o pezzo storto ritorto, in quel contesto non dava troppo all’occhio, né pareva tanto estraneo o da malocchio.  Finché qualcuno mosso dal suo artist-aquileo-occhio e da solidale crocchio, lo rimirò e di nuovo a sé lo volle, almeno in transito. Ben non si sa, nemmeno si saprà, il complicato intrigato complicato primo movente movens ‘perché’.  Lo volle, si disse, la terra che lo aveva ospitato, in fin della sua quasi vita, così la bella Alatri aveva fatto. Lei la degna fedele inclita figlia del Pontificio Regno. Prima lo ospitò Trisulti,   a lungo là aveva lavorato pittato, e in compenso riparato nella Certosa antica, di Collepardo, dove la grande mostra ora s’avrà e s’ebbe a fare.  Forse, soltanto forse, quegli alatrensi alquanto volonterosi e generosi che si saranno scoperti sicuramente portentosi, potrebbero avere sperato, o sperare ancora, che riavendolo per un qualche tempo, qualcosa di eccezionale sarebbe pure a loro potuto accadere. I segni benauguranti parevan tanti. Il metodo-processo rivelatore sconosciuto allo stesso autore, che aveva costruito, idea dopo idea, il Sé e il mondo, in muscolo e fibra carnea, avrebbe continuato ad avere lo stesso effetto su altro soggetto? Rivelando ad ogni osservatore il vero nascosto Sé di Sé? A patto naturalmente che ognuno lo volesse e potesse sostenere, il meduseico sguardo dei nostri desideri che ben celiamo, tanto li temiamo, se non li ascoltiamo e poi, da Sfingi diventati, li interpretiamo.  Colui che aveva desiderato essere il Salvator(e) Rosa, l’‘altro’, Sé ritrovò e pitturò, consapevole o no. Lo seppe? Noi supponiamo proprio di no, e fu contento perciò, finché fu in vita. Dopo la Internazionale mostra di Parigi usò mostrarlo con parsimonia solo a qualcuno. Chissà a chi?                                           

Graziato in parte consistente fu rispetto al Dorian Gray, da noi attratti spettatori in primo impulso rievocato, racconto più o meno coerentemente accostato, anch’egli, il Dorian, forsennato desiderante essere ‘altro’ dal naturale Sé, che inesorabilmente si trasformava e non in meglio.  Racconto ben più complicato quello del Wilde, che noi vi risparmiamo. Chi mai saprà, in quel racconto là, come avrebbe potuto essere un’altra storia più prossima a intera realtà, come lo è o lo tentò la nostra?

Il Rorscharch da noi adoprato nella presente somministrazione insolita diretta pubblica è metodo di testististica di questi tempi piuttosto emarginata, ma ancora interessante se ben somministrata. Vorrà qualcuno osare guardando, sperimentando in quell’austero refettorio, nella raccolta nicchia, quasi confessionale, l’eccezionale super speciale evento? Esperimento involontariamente predisposto e costruito con l’inaspettato risultato    tramite interposta ignara persona? L’autore-pittore esimio e l’opera sua stessa testata. Portatrice della risposta Rorschach visivamente interpretata? Tanta l’emozione il linguaggio da cogliere, sentire. E poi eventualmente confermare come reazione a quella artistica produzione. E da stabilire se attendibile o no il nostro suggerito percorso-discorso.

Non è sorpresa poca il finale effetto risultato. Obbligo sostare in quella nicchia di nero perimetrata, campo loculo aperto con maestria approntata, vedere l’ ’altro’ Sé di Sé, quello dal pittore Filippo il Balbi negato, dal Rorschach rivelato, non l’ ‘altro’ invidiato, cercato, pintato, sperato e all’improvviso scoprire invece il proprio Sé? Premio o castigo, rivelazione di verità o dannazione, per la temuta scoperta di un nostro ben nascosto Sé, che il vero Sé fattosi improbabile coraggio potrebbe rivelare? Ma il rischio è relativo. Come ogni rischio lo è costantemente. Probabilità è domina nella vita, comunque.                  Nemmeno il Balbi prese atto della rivelazione, immaginiamo, tra l’altro soltanto noi diciamo essere ‘il suo autoritratto’. Evocatore delle sue angosce e per rovescio delle sue brame.                                                            Potrebbe anche a noi accadere? Dipende dalle emozioni nostre, più o meno ben nascoste e segregate . Orrore, pena, attrazione e tanto altro potremmo vivere, se ci immergessimo in quella rorschiana tavola che in sede inusuale nuova di certo è. Chi mai vorrebbe, considerando le nostre emozioni, i nostri sentimenti, vedere in quel soggetto pitturato qualcosa che ci riguardi in negativa veste?   

Contorta la storia di Dorian Gray a cui abbiamo fatto cenno. Tragica fine, doppia magia, nel primo atto e nel finale dopo il complicato extraordinario Oscar Wilde là ci riserva. Prima la verità nascosta negata, del Sé che invecchia, e consegnata a un dipinto ben rinchiuso in una soffitta. Poi smentito dalla vita che realtà ci mostra, se la vogliamo-possiamo vedere. La verità nascosta che giunti là, agli inferi(?), più non possiamo negare. Vendetta in quella storia si scatena. L’intero cast della commedia-tragedia umana il disilluso umano vorrebbe far sprofondare distruggere. Uccide chi ha dipinto-costruito il sogno, tenta la distruzione della verità rinchiusa,  ma … Il gioco magistrale di Wilde ricorre a un théâtre de coup. Non conta se paradossale. L’uomo è animale che più paradossale di così essere non può. La verità, là prima nascosta, resiste, e peggio fa, è lei che si trasforma e risplendente si mostra bella, come il desiderio invidioso l’aveva sognata. Eterno il sogno. La realtà non basta all’uomo.  Il vero può rivelarsi precario e in balia della sorte più che il falso vero.                        Modello esasperato ben recitato da domina invidia, aspirazione ad altro che altro è dal viver nostro e può indurre al peggio di ogni disperato folle desiderio umano: la follia stessa che scende in campo e tutto vede, crede.                                                                            

Disperato anche il desiderio balbiano? Nel desiderare essere ciò che non poteva essere e che invidiava nel pittor-poeta altro? Proiettantosi nell’idealizzato Salvator Rosa bello e vitale, che nulla aveva con lui a spartire, finendo  per dipingersi in una testa che raccoglieva tutti i suoi orrori timori. Ed era così bene riuscita, tecnicamente scientificamente concepita, secondo il sapere dell’epoca, metaforicamente ben costruita che in realtà alla Mostra internazionale di Parigi venne esibita. 

Invidia d’altro, dell’altro, rifiuto della nostra vita? Nemmeno sapendo cos’è, com’è la vita che noi cerchiamo, senza nemmeno sapere cos’è la vita in sé? Questo ancora noi facciamo, viviamo, senza nemmeno sapere che così è?

E se vecchiaia e altro di non grandioso gradito, rispetto al desiderio ideale o meglio idealizzato, mostrasse che in una vita spesa in bene e male come a ogni umano accade e pure a noi ci tocca ritocca, come alla pelle rugosa dal tempo cotta, alfine più di tanto il grande resto, piccolo anche, della vita non lo tarocca? Non più di quanto avviene nel naturale ciclo della vita che noi vediamo sorgere e poi sparire e alfine finire. In tanto miseramente tenero continuo nostro soffrire che nella vita sempre ci accompagna.

Storie, son tutte storie le Storie, vissute o raccontate, vere o inventate, inverate o travisate, che ci accompagnano nella malinconia di un mondo che per esistere deve continuamente dirsi, cantarsi, pintarsi, rappresentarsi, raccontarsi, finché respiro ha.

Melancointono in-canto,  merliano serale ri-chiamo, il nostro canto che al cielo si alza di giorno in giorno per sincerarsi, affermarsi, convincersi che il cantautore … È!?… Che sta!?